Avete mai pensato cos’è un’emozione? Non dico quella cosa che vai su Wikipedia e la leggi. No, quella cosa che dallo stomaco arriva fino alle lacrime, passando per il cervello e il cuore.

Cos’è quindi questa emozione? E’ quella cosa rossa, bianca, gialla, blu, nera, che si presenta ai nostri occhi come un colore e esplode.

Ieri la mia nipotina armata di matite colorate, disegnava e diceva: “il rosso è il colore della rabbia, il rosa della felicità”. E il colore del pianto? Ho detto io. Sarà il blu, il colore della tristezza.

Tristezza che da un paio di giorni vive negli occhi di molti di voi, tanti di noi, che domenica ci siamo trovati davanti alla tv (o direttamente allo stadio) ad emozionarci. Perché “Roma Roma Roma core de ‘sta città” cantava Venditti (questo ce lo ricordiamo noi degli anni 80), ma il cuore di Roma a quanto pare è diventato una persona, un simbolo. Perché Francesco non è più un uomo come tutti, è diventato una stella del firmamento calcistico.

Non voglio scrivere di lui, ma voglio esprimere le mie emozioni parlando di lui. Perché io ero sul divano a piangere, ad asciugarmi le lacrime con la manica della maglia. Io non sono tifosa della sua squadra, ma sono tifosa di calcio. Di quello sport amato e odiato, fatto di gioie e delusioni, fatto di mille problemi, di insulti, di spinte, di vita. Perché il calcio è quello sport che si può fare con tutto, con una lattina sull’asfalto, in casa con il pallone di gomma (quante cornici ha fatto cadere mio fratello da piccolo), al parco usando le felpe come pali della porta.

Ho letto tanti messaggi di ammirazione, di amore, di stima, tante persone che hanno detto “grazie” ad uno “sconosciuto”, perché nonostante tutto, ha fatto parte della loro vita. Ho letto di padri emozionati perché i loro figli hanno conosciuto questo personaggio, ingombrante, simpatico ma irriverente, a volte non corretto, ma dai piedi d’oro.

“Mi passi il cucchiaio?” diceva la nonna – “Mica sono Totti” rispondeva il nipote. E via tra mille battute e barzellette, scenette da cabaret e forse qualcuna anche da dimenticare. La goliardia è una cosa, la cattiveria è tutta un’altra storia. Così ci sono calcioni ad avversari, sputi a difensori che gli hanno sbarrato la strada, spintoni e tanto altro. Ma…scagli la prima pietra chi è senza peccato.

Perché io piangevo (e tante volte gli ho urlato contro da dietro lo schermo) e pensavo a tutte le emozioni belle che ci ha regalato: non è solo il giallo e rosso della sua maglia, ma anche l’azzurro che l’ha portato in Nazionale, che ci ha regalato serate con urla a squarcia gola, da perdere la voce, ma poi piene di abbracci e di altre lacrime.

Noi degli anni 80, nati e cresciuti a Roma, l’abbiamo vissuto. 25 anni di sua storia calcistica, sono 25 anni della nostra vita, tra le prime serate in discoteca e le cotte adolescenziali, l’arrivo del cellulare e il fantacalcio. Il verde del campo da calcio continuerà a brillare, pronto ad accogliere nuove leve e altri talenti. Ma per ora, la passione per questo uomo e la tristezza nel suo ritiro rimarranno forti e radicate dentro di noi, non riusciremo subito a vedere una nuova stella. Perché ci è stata “tolta” questa, quella dell’amore e della discordia.

E piango di più quando vedo i suoi occhi pieni di lacrime, occhi che si fanno mille domande, occhi che cercano l’affetto della sua famiglia. E anche braccia che abbracciano strette strette, mani che si stringono e che regalano affettuose pacche. Cuori che battono all’impazzata, ma tutti allo stesso ritmo.

E ce ne sarebbe da dire (stipendi da capogiro, macchine di lusso, serate non proprio da oratorio), ma quello che rimane ora è solo un senso di vuoto, uno sgomento che forse pochi potranno capire. E’ solo un arrivederci, rimarrà con noi con le sue battute e la sua ironia, ma non sarà più pronto a calciare in porta.

E vorrei poter insegnare un giorno a mio figlio, che il calcio (tutto lo sport), è fatto anche di queste emozioni, di queste giornate in cui è possibile piangere per la squadra avversaria, perché non sono solo i colori che contano, ma anche l’affetto e il percorso che ognuno di noi ha fatto.

A nome dello sport, a nome mio, GRAZIE per aver fatto parte di un pezzo della mia vita, della mia crescita. Di tutte quelle domeniche a chiederci “ma gioca Totti?” o quei lunedì a controllare sul giornale, che punteggio ti avevano dato per la tua prestazione.

Marta